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19 febbraio, 2015

Whiplash - il concetto di No Pain No Gain al suo massimo splendore

Se c'è un motivo per cui un film come Whiplash si fa amare è che appena hai finito di vederlo non vedi l'ora di sederti alla batteria, prendere le bacchette in mano e sbatterle sui cazzo di tamburi fino a che non ti sanguinano le mani.

O, se ti piace il calcio, correre al campetto vicino casa ad esercitarti nelle punizioni fino a che non ti si stacca la gamba buona.
O, se ti piace disegnare, far correre la matita fino a che i polpastrelli fumano e non distingui più il foglio.
O quello che ti pare.
Qualsiasi sia il tuo hobby, la tua passione, la tua personalissima modalità d'espressione in questo porco mondo.
Whiplash è uno di quei film che hanno la rara capacità di entusiasmare lo spettatore, di gasarlo abbestia e infondergli una sferzata di energia.
Whiplash è come una lunga, corroborante tirata di coca che dura centocinque minuti.



Ci viene presentato un ragazzo con una passione: la batteria. Si chiama Andrew Neiman (interpretato da Miles Teller) ed è un 19enne solitario, rancoroso e arrogante. Vuole diventare un grande batterista jazz. Uno dei migliori. Per riuscirci, si esercita come un pazzo furioso. Stiamo parlando (letteralmente) di litri di sudore e sangue che sgorga fra le dita.

Andrew Neiman entra sotto l'ala protettrice del più classico dei classici maestri burberi che possiedono la divina capacità di aiutare gli allievi promettenti a sbocciare e realizzarsi.

Il maestro si chiama Terence Fletcher, è interpretato da un terrificante J.K. Simmons, e quando alza un sopracciglio per farti capire che stai sbagliando è tempo di abbassare la testa e cercare un rifugio sicuro. Terence Fletcher è il maestro che se non fai le cose come vuole lui ti concede due possibilità: ingoiare merda e riprovare o aprire la porta e andartene per sempre. Non c'è una via di mezzo con Fletcher, non ci sono pacche sulle spalle e sorrisi complici. Fletcher vuole che tu dia il meglio e se per riuscirci deve torturarti, lo farà.



Ecco cosa ci racconta Whiplash: la storia di un ragazzo ambizioso ed egoista che incontra un insegnante capace e inflessibile.
Non fatevi ingannare: non è la classica favola hollywoodiana in cui il protagonista ha un sacco di talento nascosto e riesce a tirarlo fuori grazie ai consigli del vecchio severo dal cuore d'oro.
Whiplash ci dice che il talento non è nulla senza la pratica.
Vuoi davvero eccellere?
Esercitarsi fino allo stremo non è consigliato, è obbligatorio.
Vale la pena sacrificare tutto per realizzare un sogno?
Whiplash ci dice che la risposta è sì. Sì, anche i rapporti umani, anche la salute, anche quel briciolo di umana decenza che ti rimane. Se non sei disposto a dare tutto per il tuo sogno, allora semplicemente non te ne frega un cazzo del tuo sogno.

La cosa bella di questo film è l'assenza di falso buonismo. Niente messaggi edificanti. Nessuna morale alla fine.
Quello che il regista Damien Chazelle vuole dirci è semplicissimo: vuoi diventare bravo in qualcosa? Allora devi provarci.
Ma provarci sul serio, mica fare un mezzo tentativo giusto per metterti la coscienza in pace. Devi farti un culo tanto, spaccarti la schiena, perderci il sonno. Se a questa cosa ci tieni davvero non c'è formula magica che tenga, la soluzione è sempre stata una sola: fai quello che ti piace e fallo senza mai fermarti.

Gli eroi di questo film sono persone normali. Con i loro bendetti difetti. Sono egoisti, insensibili, pieni di superbia e frustrazione. Sono esattamente come noi e come ogni altro essere umano sulla faccia della terra. E, per questo, sono tutto il contrario di quegli implausibili protagonisti che Hollywood ci ha abituati a conoscere.



Sul piccolo schermo, Breaking Bad ha dimostrato che ci si può identificare anche con un protagonista spietato e arrogante. Passando ai videogame, con The Last of Us si è visto che l'eroe può tranquillamente essere cinico ed egoista. Ma questi sono due capolavori che non hanno nulla a che fare con Hollywood. Le stelle dei film che conosciamo sono adorabili, col cuore puro e le migliori intenzioni. E se pure hanno qualche difetto, alla fine si ravvedono sempre.

Adesso non vorrei fare quello che spara giudizi spocchiosi con la pretesa di possedere la verità assoluta, ma secondo la mia modesta opinione la macchina cinematografica hollywoodiana è una fottuta trappola di ipocrisia sempre attenta a non turbare lo spettatore pagante per paura che fugga via con i soldi ancora nel portafogli. Whiplash è uno schiaffo in faccia a questo modo di fare cinema. Uno schiaffo che si merita i miei migliori auguri.

Non è la storia strappalacrime di un nero tenuto schiavo per 12 anni che trova la libertà grazie al buoncuore dell'uomo bianco di turno, non si tratta della struggente biografia di un geniale matematico omosessuale che aiuta gli inglesi a decifrare i codici nazisti. E di sicuro non è la storia di un ritardato mentale che pensa alla vita come a una scatola di cioccolatini e corre veloce come il vento.

L'aspirazione più alta dei protagonisti di questo film è primeggiare.
Vogliono distinguersi dalla volgar plebe, perché si credono meglio degli altri. Sì, esattamente quello che ognuno di noi pensa ma che non dice.

La via che questi campioni di umiltà hanno intrapreso per riuscire nel loro obiettivo passa attraverso la musica jazz, ma avrebbe potuto benissimo essere il ballo, il canto, il basket, la pittura, i videogiochi, o la corsa coi sacchi. Non è importante. Whiplash racconta una storia universale che tutti noi conosciamo bene, non importa quale sia l'argomento trattato. La storia è vecchia, scomoda e impossibile da abbellire: il successo si ottiene attraverso il sacrificio. Suona male, ma è così.

Non c'è posto per i ballerini fighetti di Step Up che vincono milioni di dollari in tornei farlocchi dopo aver sprecato settimane indossando cappellini colorati e vivendo turbolente storie d'amore.



Questo film è un gioiello. Vi terrà col fiato sospeso, sul bordo della sedia, col cuore che batte a ritmo di tamburo e una tensione insostenibile che vi cresce nel petto.

Se potete, fatevi un favore e guardatelo in lingua originale. Per quanto bene possa essere doppiato, non c'è emozione più grande che sentire J.K Simmons mentre sbraita It's not my fucking tempo! in faccia al suo stremato allievo. Su, coraggio, esistono i sub ita e comunque siamo nel ventesimo secolo, sarebbe anche ora che iniziaste ad accettare il fatto che ascoltare un po' di inglese non vi farà venire qualche strana malattia.

Per chi ancora non fosse convinto, ecco qualche dato tecnico per i freddi amanti dei numeri: Whiplash, tra le altre, ha ricevuto una candidatura agli Oscar come miglior film.
Ed è stato girato in soli 19 giorni, con un budget di 3 milioni di dollari (che a Hollywood sono spiccioli), da un regista nato nel 1985 che è solo al suo secondo lungometraggio.
Ed è un fottuto capolavoro.


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