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08 luglio, 2014

Come sopravvivere a un funerale

Autunno 2008.

La radio manda senza sosta Pop Porno, pop porno, pop pop pop porno. A distanza di anni me la sogno.
In America hanno eletto un presidente nero. Gli italiani di sinistra vanno fuori di testa e intasano per giorni le bacheche di facebook con il celebre yes we can. Quelli di destra si limitano ai soliti epiteti razzisti.
La crisi economica internazionale è appena agli inizi, uno spauracchio a cui nessuno dà peso. Mancano ancora un paio d'anni ai 52enni che si impiccano a una trave nell'azienda di famiglia.

Autunno 2008.

Muore il fratello minore di Checco.

Incidente in motorino. Io e gli altri veniamo informati tramite un giro di telefonate incredule, molliamo scuola e lavoro e siamo i primi a trovarci a casa sua. Siamo in quattro: io, Ronny, Orso e Matteo.


La madre è in lacrime, ha una faccia che non si può guardare e vederla ci fa stare male perché ci fa pensare che anche la nostra si ridurrebbe così. Il padre sta tornando da un viaggio di lavoro.
Checco non parla, ci saluta da un altro pianeta e ha lo sguardo fisso. Ha preso delle gocce per calmarsi. Noi lo pilotiamo in giardino. Ci sediamo sui gradini del portico e tiriamo fuori i pacchetti di sigarette, uno dopo l'altro, come se ci fossimo letti nel pensiero. L'aria è fredda e il cielo è grigio e non c'è momento peggiore dell'autunno per affrontare una morte improvvisa.

Tentiamo frasi di circostanza, poi ci rendiamo conto che suonano false. Allora parliamo di cose che non c'entrano nulla: la macchina nuova di Orso, cos'ha combinato Matteo da ubriaco la settimana scorsa, ehi Checco ti ricordi che ridere quella volta al mare sul pedalò che lo stavamo per rovesciare e i bagnini con il motoscafo ci hanno fatto il culo?

Checco sorride e si vede che gli costa fatica darci retta, ma al tempo stesso capiamo che ha bisogno di sentire le nostre voci e ascoltare i nostri discorsi banali per ricordarsi che la vita continua. O forse è solo quello che spero.
A nessuno sembra vero che suo fratello sia morto. Neanche Checco ci vuole credere. La chiamano la fase della negazione, in pratica è un lungo e orribile scherzo di quelli che non vedi l'ora che finiscano.



Due giorni dopo siamo al funerale e Checco attraversa la chiesa strisciando i piedi per terra. Occhiali da sole enormi gli coprono la faccia così che nessuno veda quanto stia male e si senta in imbarazzo per lui. Io vorrei corrergli incontro e strapparglieli via e guardarlo negli occhi pieni di lacrime e dirgli che deve tirarsi su e non pensarci e che volevo bene a suo fratello che è un'ingiustizia e che può contare su di me quando vuole. Mi limito ad abbassare la testa e scivolare fuori dalla chiesa per fumare una sigaretta. Ronny mi segue. E' schifosamente silenzioso da un paio di giorni e nessuno ci è abituato, forse neppure lui.

Siamo nervosi e fumiamo in fretta. Non c'è voglia di ridere nell'aria e al tempo stesso c'è bisogno  di ridere e spezzare finalmente questa atmosfera di piombo con una cazzata da ragazzini di quelle che ti sciolgono la pancia e ti fanno sussultare. Di solito è Ronny che le tirava fuori, ora non ci è rimasto nemmeno lui.

E' dura stare giorni interi senza ridere.

Torniamo in chiesa. La funzione è lenta e deprimente e mi chiedo quando finalmente la smetteremo con questa farsa pubblica che chiamano funerale. Ogni parola di commiserazione che pronuncia il prete mi fa venire voglia di vomitare. Tu non lo conoscevi neanche, penso con odio guardando il ministro vestito di bianco. Perché devi essere tu a parlare di lui?

Processione a piedi fino al cimitero. Io e Orso ci fumiamo qualcosa come tre sigarette nel tragitto di trecento metri. Attorno a noi, compagni di scuola che singhiozzano, parenti distrutti e conoscenti alla lontana che camminano più spediti degli altri. Checco è davanti con mamma e papà, vediamo il suo giubbotto verde lucido che ammicca da lontano.



Ci sistemiamo in semicerchio davanti alla fossa che sta per accogliere la bara. La tensione della giornata sta per dissolversi e tutti i presenti sembrano più rilassati. C'è persino qualche uccellino che cinguetta, in questo cazzo di cimitero. Ronny e Matteo si fanno largo con discrezione tra la gente e vengono a mettersi accanto a noi, che ce ne stiamo in un angolo non troppo lontano, posizionati strategicamente dietro a un paio di lapidi.

<<Che facciamo dopo?>> sussurra Matteo. Potrebbe sembrare indelicato alla vecchietta che ci sta a fianco e lo guarda con aria severa, ma la verità è che Matteo sta per scoppiare e tutti noi lo sappiamo.
<<Andiamo a bere qualcosa>> risponde Ronny, fedele alla linea.
<<Ci sto>> mormoro io. <<Ci portiamo dietro Checco?>>
<<Vediamo se gli va di venire>> si intromette Orso, dubbioso.

Ce ne stiamo in silenzio. Il prete blatera mentre la bara viene calata. Guardo Checco, che fissa la scena e non si muove, sembra il brutto bozzetto di un artista depresso. Il mio sguardo si posa per un attimo sui suoi genitori e subito distolgo gli occhi, spaventato.

<<Di chi è la tomba vicina?>> chiede Orso.

Io getto uno sguardo veloce. Poco più in là c'è una lapide ingrigita dal tempo, con la foto incorniciata in oro di un anziano con lo sguardo cattivo, rughe profonde ai lati della bocca e cappello ben calcato sulla testa.

<<Del nonno di Griselli>> risponde Ronny.
<<Quello del negozio di televisioni?>>
<<Non so. Sì, penso sia quello là>>
<<Guardate la foto>> continua Orso, e tutti quanti strizziamo gli occhi per mettere a fuoco quella vecchia faccia severa in bianco e nero, <<Non vi sembra un boss mafioso?>>

C'è un attimo di silenzio in cui l'assurdità della cosa ha tempo di farsi strada nelle nostre menti, poi senza volerlo e senza che fosse previsto scoppiamo in risolini soffocati che non riusciamo a trattenere. Ronny emette una specie di muggito trattenuto, io e Matteo annaspiamo cercando di controllare gli spasmi delle risate che ci stanno scuotendo, Orso ha chinato la testa e sghignazza dal naso sbuffando come un cavallo. La vecchietta accanto a noi si accorge della nostra ilarità alquanto fuori luogo e arriccia le labbra in un'espressione di sdegno che non fa altro che farci ridere ancora di più.

<<La moglie del boss>> mugugna Orso, e l'ondata di ilarità raggiunge livelli critici. Capisco che dobbiamo fermarci prima che la cosa finisca male, ma riesco solo ad asciugarmi le lacrime cercando di non farmi vedere da nessuno.
Ronny intanto si è allontanato dal gruppo e se ne sta tutto solo in un angolo, lo vediamo che sussulta come uno spastico e sentiamo il dolce suono di una risata che viene lasciata libera.

Alla fine ci ricomponiamo, evitando accuratamente di guardare ancora la foto sulla lapide del vecchio. Non so gli altri, ma io non ci sono riuscito: e ogni volta che la guardavo sentivo scoppiare quella voglia di ridere dentro di me ed era come una magia.

Più tardi siamo andati a bere qualcosa con Checco. L'atmosfera era delle peggiori, e nessuno ha riso più.

Oggi lui sta bene. Il tempo è passato, il dolore è sotto controllo.
Ogni tanto penso alla lapide del vecchio Griselli e a come guardava in cagnesco il mondo da quella foto in bianco e nero, alla voce esitante di Orso che ci chiede se è vero che assomiglia a un boss mafioso, a Ronny che si allontana sobbalzando per andare in un angolino del cimitero a ridere in santa pace. Ci penso e mi sento meglio.




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