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20 maggio, 2014

04. Sul filo del rasoio e oltre




<<E quella cos'è?>> chiede Mastro Lindo, osservando la bustina di plastica trasparente che lascia intravedere le due pannocchiette rimaste. La sua voce si è fatta seria. Valuto se ricominciare a parlare di figa ma qualcosa mi dice che è un argomento che ha fatto il suo tempo.

<<Raccogli>> intima Mastro Lindo. Ronny ha l’angolo della bocca che trema e gli occhi invasi da promesse di mille bestemmie. Si china e prende l’erba. Si alza e la posa con timore reverenziale sul palmo aperto del poliziotto.

<<Uhm>> è il commento di Mastro Lindo. <<E questa?>>

L’universo si blocca.

Il tempo si dilata, nel giro di tre secondi passano interi anni di vita.
Io e Ronny ci guardiamo negli occhi: siamo una mente sola, vagliamo migliaia di risposte plausibili al secondo come dei cazzo di supercomputer.
In ogni poro del suo volto leggo parole, frasi e capitoli: il minimo movimento delle sue pupille è un libro aperto, le gocce di sudore che gli scendono lungo le tempie mi raccontano una storia.
E’ l’ora della verità, ora io e lui usciremo da questa brutta faccenda a suon di parole e dovremo farlo in perfetta sincronia e con totale convinzione. Siamo un’anima sola, pronta a mentire spudoratamente. Non sono ammessi errori.

Ronny rompe il silenzio per primo.
A distanza di anni mi basta pensare al suono delle sue parole e ancora sento un tuffo al cuore che mi paralizza.
Ronny guarda Mastro Lindo dritto in faccia e con il tono di voce più calmo che riesce a spremere fuori dice semplicemente:
<<Erba, di quella buona. Volete fumare una canna?>>

Il mondo si ferma. Poi

<<TESTA DI CAZZO!>> urlo io, saltandogli addosso e stringendogli le mani al collo. Nella mia testa succede questo, nella realtà rimango svuotato di ogni energia, un guscio vuoto abbandonato. Mi sento improvvisamente vecchio e stanco e con tanta, tanta voglia di sedermi e aspettare la morte.

I due poliziotti si scambiano un’occhiata sorpresa. Pippo si lascia sfuggire un gemito incomprensibile che può significare mille cose. Mastro Lindo si gira verso Ronny e si toglie gli occhiali da sole.
Ha occhi azzurri, freddi e limpidi come il cielo di una mattina di gennaio. Passano da me a Ronny, da Ronny a me. Nessuno dice un cazzo. Tutti questi silenzi mi stanno facendo perdere anni di vita.

<<E va beh, si può fare. Spostiamoci là dietro, che ce ne stiamo tranquilli>> dice Mastro Lindo, e indica con il pollice una fila di parcheggi in fondo al piazzale.

Abbiamo vinto i Mondiali delle botte di culo.
Passiamo la successiva mezz'ora a fumare con Pippo e Mastro Lindo e a parlare di figa, delle cose più pericolose che gli erano successe da quando portavano la divisa, della Juve che stava sul cazzo a tutti e quattro.
Alla fine ci dicono che sono spiacenti ma che devono andare e che dobbiamo lasciargli l’erba rimasta, e ci manca pure poco che Ronny si intestardisce e pretende di tenersela. Lo prendo per le braccia e lo piloto di prepotenza verso la macchina. Pippo ha gli occhi lucidi e si congeda con le immortali parole “Madonna mia che fame che ho”.
Ci salutiamo con sorrisi ebeti e mani che si agitano.

Siamo liberi. Il pomeriggio è ancora lungo, possiamo ripartire.
Saltiamo nella Punto. Ronny si accende una sigaretta e mi guarda.

<<Paura, eh?>>
<<Io? Macché. Eri tu quello con l’erba in tasca>>
<<Avevi una faccia. Sembrava che ti fossi pisciato nei pantaloni>>
<<Non che tu fossi Fonzie, eh>>
<<Fai su una canna>> conclude lui, e tira fuori qualcosa dalla tasca dei jeans. È un sacchetto di plastica e dentro c’è un pezzo di fumo marrone e levigato.

Ronny, che dio ti maledica.

Tiro fuori le cartine mentre la Punto esce dall'autogrill e si immette nella statale. L’aria fresca che entra dai finestrini ci asciuga la fronte. È ancora un bel pomeriggio di sole di una domenica di primavera e noi stiamo andando al mare a divertirci.

Un’ora dopo siamo a Rivamare.
Ronny gironzola per venti minuti bestemmiando e fumando sigarette fino a trovare un parcheggio a rischio multa che sia abbastanza vicino a Piazza Verdi, che è la piazza principale, dove ci sono i bar più cari e la maggior concentrazione di ragazze ubriache.

Scendiamo dall'auto come truppe che sbarcano sul suolo nemico. Con passo affaticato arriviamo in Piazza Verdi: un’orgia di baretti minuscoli incastonati tra i vari condomini di lusso, cartelloni colorati che offrono Vodka Tonic a dieci euro e volantini delle discoteche che fluttuano nel vento come foglie in autunno. Tedeschi biondissimi vagano senza meta e si guardano in giro come se fossero appena sbarcati dall'astronave.

C’è anche una discreta quantità di ragazze, ancora pallide per la poca esposizione al sole ma abbastanza svestite da promettere bene. Ronny freme come un segugio in un campo di conigli. Nell'aria c’è profumo di mare e spritz.

<<Andiamo al Chicaboom>> mi fa Ronny, scrutando l’orizzonte.
<<Guarda che non ho la carta di credito>>
<<Pago io, che ti frega>>
<<Da quando sei diventato Bruce Wayne?>>
<<I soldi ce li ho, non preoccuparti. Ho vinto una schedina>> mi risponde, tranquillo.
<<Non sai neanche che cazzo è un fuorigioco, non mi dire che hai vinto una schedina>>
<<E va beh, ho venduto un po’ di roba per il Gatto. E allora?>>
Il Gatto è lo spacciatore più importante dalle nostre parti, un quarantenne con la barba che pesa centoventi chili e porta camicie a quadri.
<<Niente, basta che me lo dici>>
<<Ma sì, scusa. E’ che sono paranoico per sta roba>>
Alzo una mano e lo fermo. Sentire Ronny che si scusa è come ascoltare un bambino dire che gli dispiace di aver mangiato tutta la cioccolata. <<Tranquillo, dai che si va>>

Andiamo al Chicaboom, allora.


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