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10 luglio, 2007

Quando Tom e Jerry smettono di piacerti vuol dire che la fine è vicina




E allora una volta quand’era estate e quand’ero piccolino andavo in piscina coi miei amici, e si facevano i tuffi nell’acqua con la rincorsa e il bagnino che ci minacciava di buttarci fuori se non la smettevamo e poi una partitina di pallone con il portiere volante e c’era il più scarso di noi che faceva l’arbitro e poi si andava al piccolo bar vicino al nostro ombrellone a prenderci la coca cola e poi tutti quanti a nasconderci in un angolo seduti sullo sdraio a bere la coca e a fumare le prime sigarette che ci facevano tossire ed erano Muratti e tutti sanno che le Muratti fanno schifo ma noi si era giovani e inesperti e con il latte della mamma ancora sulle labbra e si viveva la vita un po’ così, alla cazzo, senza pensare tanto alle conseguenze e senza sprecare troppo tempo a pensare alle cose.

Si andava, si faceva, ci si divertiva, alla sera si andava a letto e il giorno dopo ricominciava tutto. Semplice come andare in figa, no?

(Per usare un’espressione che andava forte quand’ero bimbo e innocente.)

(Che sia chiaro che nessuno di noi aveva mai visto una vagina e per quel che ne sapevamo la figa poteva essere una cosa verde e triangolare che girava in senso antiorario ed emetteva dei bip bip bip ogni cinque minuti, ma nonostante la nostra ignoranza fanciullesca in materia ci piaceva usare lo stesso quest’espressione, semplice come andare in figa, semplice come andare in figa, la sentivamo dire ai ragazzi più grandi e ridevamo alla parola figa, ignorando il significato nascosto e carico di antica saggezza di tale formula.)

Insomma, quand’ero un cucciolo di umano si stava il pomeriggio a giocare alla Play Station con il migliore amico di turno, e poi si prendeva la bici e ci si faceva una pedalata fino all’oratorio a prendere per il culo il prete che passava dalla chiesa alla canonica portando scatoloni di candele rosse da accendere per ricordare i morti, o si andava a vedere se c’era qualcuno disponibile a scambiare la figurina del calciatori Panini introvabile, oppure si pedalava fino in zona industriale

(un luogo dove, secondo i ragazzi più grandi, il sabato sera la gente veniva a scopare con la macchina carica di puttane, un fatto della vita che a noi giovani cuccioli di uomo sembrava assolutamente impensabile e sacrilego, scopare all’aperto, fuori da una casa, fuori da un letto, in una macchina, con delle donne sconosciute, era fottutamente impensabile, un po’ come picchiare la propria mamma o desiderare di infilare il pisello nel buco del culo di una ragazza, madonnacheschifo ragazzi ma scherziamo che cazzo dite?!)

e ci appoggiavamo al muro che correva attorno alla fabbrica e si tiravano fuori i petardi e si faceva la gara a chi teneva in mano il raudo acceso per più tempo degli altri e poi si costruiva la montagnola di petardi e gli si dava fuoco e quelli esplodevano e volavano ovunque per aria e ci scoppiavano attorno e noi si rideva mentre le scintille ci sfrecciavano vicino agli occhi e se ci fosse stata una mamma a guardarci poco ma sicuro che si metteva le mani tra i capelli e diceva ma sei matto è pericoloso CI PERDI UN OCCHIO! ma noi eravamo irresponsabili e giocosi da veri giovani cuccioli di razza umana che si rispettino e ci si divertiva con poco e non si aveva paura di farci male perché l’idea del dolore e della morte era un po’ come guardare i Power Rangers alla tv, si sapeva che esistevano ma si sapeva anche che non li avresti mai incontrati per strada e quindi chissenefrega tanto a me non mi tocca.

E a scuola c’erano i gruppetti e le alleanze e c’era sempre il più sfigato della classe che si doveva picchiare negli spogliatoi prima dell’ora di ginnastica, e poi era altrettanto obbligatorio provare pena per lui quando si trovava con gli occhiali rotti e il naso che sanguinava, e le ragazze della classe erano vaghe forme indistinte, esseri curiosi in quanto bizzarri e profondamente diversi da noi, ma non abbastanza interessanti da sconvolgere le nostre vite da bimbi giovincelli, per cui si viveva tutti insieme e si parlava e si scherzava e ogni tanto qualche bimbo giovincello che aveva capito come funzionano le cose si portava una bimba giovincella nei bagni della scuola e si scambiavano i bacetti sulla bocca e se la bimba giovincella era di buon’umore magari ci scappava un grembiulino tirato su e una mutandina tirata giù e poi tutti amici come prima e arrivati al pomeriggio quando suonava la campanella ci si scordava della mutandina e la cosa più importante del mondo diventava l’imminente giro in bici con gli amici per andare all’oratorio a fumare di nascosto una sigaretta in quattro.

Si andava, si faceva, ci si divertiva, e alla sera si andava a letto a dormire sereni e beati come giovani ghiri dopo una dura giornata da giovani ghiri indaffarati.

E poi un giorno ti svegli e ti metti a pensare a come potresti vestirti per andare a scuola, passi in rassegna tutte le felpe che hai nell’armadio e non ce n’è una che va bene, non avrai mai il coraggio di metterti quell’orribile schifezza verde acqua con le stelline gialle che tua zia ti ha regalato per Natale (e pensare che fino a una settimana fa era il tuo indumento preferito) e poi vai in bagno e stai cinque minuti davanti allo specchio per sistemarti i capelli, una cosa che fino a un mese fa era impensabile

(perdere cinque minuti per sistemarsi i capelli? Cinque minuti? Un giovane cucciolo di uomo che vive la vita giorno per giorno non potrebbe trovarci un briciolo di logica neanche in un milione di anni, ma un adolescente sì, eppure la distanza temporale che li divide è irrisoria)

e poi vai a scuola e non è più il momento di scambiare le figurine del calciatore Panini introvabile, basta coi petardi, basta con i giri in bici del cazzo, è giunto il momento di guardare il culo alla compagna di banco e scambiarsi commenti con gli amici sulle dimensioni del seno di qualunque essere femminile conosciuto, è arrivato il momento di esaltarsi per ogni mutandina che si riesce a scorgere, è arrivato il momento di andare in piscina con gli amici non per fare i tuffi del cazzo ma per guardare se la compagna di banco in costume ha veramente le tette così grosse come appaiono sotto quella maglietta rossa attillata che si mette in classe, è arrivato il momento di prendere l’autobus e sfiorare i culi delle ragazze e far finta di niente quando si girano, è giunta l’ora di sorridere anche quando la ragazza che ti piace dice una stronzata, è arrivato il momento di desiderare di infilare il cazzo nel culo di una ragazza.

E le giornate trascorrono più in fretta, tutto è più veloce e ha meno sapore, le cose semplici non sono più belle come una volta, a volte si è tristi per giorni interi

(Tristi per giorni interi??? Un giovane bimbo innocente non riesce a concepire una simile situazione, è come pensare di svegliarsi una mattina e scoprire che il papà non c’è più o che alla maestra sono cresciuti i baffi e ha imparato a volare, assurdo e impensabile, haha)

e si perdono amicizie e rituali e giochi e abitudini e si cambia nel modo di muoversi, di parlare, di pensare.

Si va e si fa, ma non è più una cosa naturale, per andare a fare qualcosa bisogna pensare ai pro e contro, ci si deve programmare tutto, si deve tenere conto delle regole e del giudizio degli altri, insomma, andare e fare qualcosa diventa difficile, e non ci si diverte più come una volta quando tutto faceva ridere ed era sempre nuovo e fresco, e quando si torna a casa la sera si va a letto tardi e ci si rigira tra le lenzuola e si fa fatica a prendere sonno, e capita che a volte si dorma davvero male.



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