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10 luglio, 2007

Il banco vince

Se la gente si fermasse più spesso a riflettere sulla propria vita, e intendo a riflettere seriamente, con tutta probabilità ci sarebbero vagonate di suicidi in giro per il mondo.
In fondo la gente non si ferma quasi mai a tirare le somme sulla propria esistenza: si limita a tirare avanti, a campare, a proseguire arrancando.
Sarebbe tutto molto più interessante invece se una persona che ha appena dovuto sopportare un gran fallimento si fermasse un momento e ammettesse che la vita è ingiusta, che non è corretto andare avanti come se niente fosse. Che è da codardi far finta che le delusioni capitano a tutti e amen, tanti saluti, la vita va avanti.

Perché faticare e provare a sopportare il dolore? Chi dice che ne valga la pena? Molto più facile prendere un paio di forbici e infilarsele nell’occhio. Semplice, pratico, definitivo. Risparmia un sacco di sofferenze, risparmia molte notti insonni, risparmia una vita di odiosi sorrisi falsi e saluti di cortesia.

Una volta avevo un amico che si è suicidato. No, non era il mio migliore amico (lo so cosa state pensando: ecco il perché della sua visione pessimistica del mondo! Si ricollega tutto al suicidio del suo migliore amico! sbagliato, Sherlock) ma comunque ci frequentavamo.

Parlavamo assieme senza troppi problemi. Io sapevo abbastanza di lui e lui sapeva abbastanza di me. Discutevamo di feste, di cazzate, di posti, di ragazze. A volte ci ritrovavamo in compagnia con amici comuni e finivamo per mangiare allo stesso tavolo nella stessa pizzeria, a volte bevevamo birre ordinate nello stesso giro pagato da qualche conoscente, o gli chiedevo di accendermi la Pall Mall quando lo trovavo in giro ed ero senza accendino. Lui fumava Winston Blu. Uno schifo.
Si è buttato giù da un cavalcavia in un bel pomeriggio di luglio, finendo dritto in mezzo ai binari del treno che stavano lì sotto.
Una volta mi sono chiesto come si fa ad ammazzarsi in luglio. La scuola è finita, il freddo di novembre è ancora lontano, le serate sono tante e lunghe e calde e cariche di promesse, le ragazze vogliono solo divertirsi e lasciarsi andare ad un amore estivo di quelli veloci e senza impegni del cazzo.

Eppure lui ha sentito il richiamo in piena estate, nel bel mezzo di un periodo d’oro per un ragazzo di diciassette anni. A mente fredda viene da pensare che un aspirante suicida tenda a deprimersi di più durante i lunghi e freddi mesi invernali, quando le giornate sono tutte troppo uguali e fuori c’è sempre lo stesso cielo grigio. Ma evidentemente per una persona che vuole uccidersi è sempre novembre, è sempre tutto uguale, fuori c’è sempre e solo un cielo grigio.

Vennero fuori casini per il funerale (il parroco non voleva avere niente a che fare con un ragazzo morto suicida, peccato mortale, Dio condanna il peccato mortale!) ma alla fine sono riusciti a confezionargli una piccola e breve cerimonia di cortesia in cui tutti dovevano fingere che non si fosse a un funerale cattolico, e poi via, tutti al cimitero, riempi la fossa e deponi un fiore, amen.

I genitori sembravano leggermente fatti; la madre sfoggiava occhiaie viola in tinta con il velluto dentro la bara, il padre invece si esibiva in sorrisi spenti e stringeva più mani di un politico alla vigilia delle elezioni. Si sarebbe potuto prenderli entrambi da parte e attaccargli un bel cartello sulla schiena con su scritto GRAZIE DI CUORE MA SIAMO STANCHI ORA, ANDATE PURE TUTTI A FARE IN CULO e lasciarli vagare in giro per il cimitero con i loro sorrisi scoraggiati sul volto. All’epoca questa fantasia mi provocò un attacco di risatine isteriche che vennero malviste dalla mia ragazza di allora. Che, per inciso, avrei tradito con una moretta più piccola di due anni ad una festa di compleanno a cui non avrei dovuto partecipare. Bei tempi quelli.

Il motivo per cui si tolse la vita non è mai stato chiarito. Girarono un miliardo di voci (credo che possiate immaginarlo da soli, nei paesini di provincia funziona così) e ne ho sentiti veramente di belli.
Al primo posto c’era la cara vecchia storia dei problemi di droga, un vero classico che “gli adulti” non mancavano mai di recuperare dalla cantina e rispolverare quando sembrava fosse giunto il momento.

Poi c’era la scuola.
Secondo le voci il mio amico, che aveva appena finito la quarta superiore, si sarebbe ammazzato perché “le preoccupazioni per gli esami di maturità che avrebbe dovuto affrontare l’anno prossimo lo avevano sconvolto dentro”. Ha ha, davvero divertente. Si era preso in anticipo, eh?
Un’altra storia che girava era quella di una fantomatica ragazza che gli avrebbe spezzato il cuore. “Eh, le delusioni d’amore a quell’età sono una cosa da non prendere sottogamba”, o almeno così ripetevano i vecchi pensionati del paese quando li trovavi dal tabaccaio, e scuotevano la testa e si facevano il segno della croce di sfuggita ripensando a quel povero figliolo spiaccicato sulle rotaie, prima di uscire con il pacchetto di MS tra le mani. Per quanto ne sapevamo noi che lo conoscevamo, erano mesi che non aveva una ragazza fissa. L’unica cosa di simile a una “fidanzatina” che potesse aver attraversato la sua strada nell’ultimo periodo era una bionda di qualche paese più in là, una tipa di un anno in meno di noi che non avevo mai visto senza occhiali da sole addosso e sempre con uno stupido cerchiello rosa sulla testa. E per quanto ne so, lui se le teneva buona solo perché a scuola girava la voce che dopo due mesi di uscite serali fosse abituata a fare pompini. Non ho mai potuto chiedergli se fosse vero.
Il vero motivo non lo so. Non lo so io, non lo sanno i suoi genitori, non lo sa il suo migliore amico (che si fece vedere in giro sempre più di rado dopo il funerale), non lo sa un cazzo di nessuno probabilmente. Probabilmente non c’è un motivo vero e proprio. Non ci dev’essere sempre per forza una causa scatenante. Non deve sempre essere colpa di un brutto voto a scuola, o di una sberla ricevuta da un genitore, o di una fidanzata che va a letto con un altro. Quasi sempre è l’insieme il vero motivo, è la somma di tante cose a spingerti a saltare giù da un cavalcavia.

Non una delusione in particolare, ma la vita nella sua totalità. E cosa fai in quel caso? Una delusione la si può sopportare, la si può affrontare, la si può ignorare. Ma la vita, nella sua interezza… Quella no. Finisce che ci diventi pazzo.

Tutti possiamo vederlo, è davanti ai nostri occhi, è lampante. Sotto sotto lo sappiamo benissimo che la vita non è giusta e che è tutto sempre così confuso e non esiste nessun piano segreto e nessuna ricompensa finale. Non c’è alcun senso, mai.
Che senso c’è in un ragazzo che cade da cinquanta metri e si spezza la schiena su una traversina d’acciaio e rimane con la faccia a terra e il sangue che gli cola dalla bocca e si spande sulla ghiaia mentre un macchinista che l’ha visto grida aiuto e corre verso di lui agitando una paletta come un forsennato e il fischio di un treno in arrivo fa da sfondo alla triste scenetta?

Se la gente non si toglie la vita così spesso come sarebbe giusto fare è solo perché non è abbastanza triste da farlo.

Ma si può sempre migliorare.


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